311 Verona

Episodio 4. Ecco come creare il proprio Global Mindset

Che cosa si intende esattamente con l’espressione “global mindset”? È uno di quegli anglicismi di cui ultimamente si abusa, soprattutto nel mondo del lavoro, e sono quindi convinta che anche voi, come me, l’avrete sentito nominare molte volte.
Per capire cosa sia davvero questa entità oscura e misteriosa, mi sono affidata al Financial Times, che definisce “global mindset” la consapevolezza e l’apertura nei confronti delle diversità che intercorrono tra le culture, riflettendosi ovviamente anche sul Mercato.

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Viviamo nell’epoca della globalizzazione, in cui le distanze – spaziali o temporali che siano – non esistono più. Se volessi, potrei lasciare il desk di 311 Verona a cui sono seduta in questo momento, raggiungere l’aeroporto più vicino e ritrovarmi nel giro di poche ore a Londra, Berlino, Bruxelles o Madrid. Oppure, più verosimilmente, potrei evitare di scomodare un aereo e rimanermene qui, davanti a questo computer. Pochi click e l’onnipotente Google mi informerebbe su cosa sta succedendo, in questo preciso istante, a Sidney oppure a Tokyo.

Cosa significa, in un’epoca come questa, non avere un global mindset?

Significa soltanto una cosa: rimanere inevitabilmente tagliati fuori dal mondo del lavoro.
Me ne sono accorta fin dai miei primi colloqui, quando, precisa e puntuale, è arrivata la domanda: “Hai mai avuto esperienze all’estero?
La mia risposta, fortunatamente, è sì. E uso l’avverbio “fortunatamente” per più di un motivo. Perché un datore di lavoro, leggendo il mio curriculum, valuta positivamente i mesi che ho passato fuori dall’Italia; ma anche perché altrimenti adesso non sarei la stessa persona che sono.

Esperienze all’estero: tra global mindset e soft skills.

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La mia prima avventura fuori dai confini italiani si è svolta a Kassel, in Germania, dove ho vissuto sei mesi come studentessa Erasmus.

Quando passi la mattina ad ascoltare lezioni su lezioni in tedesco, il pomeriggio ad imparare modi di dire spagnoli con la tua amica di Valencia e la sera a bere birra e chiacchierare in inglese con altre venti persone – qualcuno è portoghese, qualcun altro è turco e qualcun altro ancora viene dalla Finlandia – allora è veramente facile capire che ogni cultura è diversa. Ed è altrettanto facile accettarlo, con naturalezza.

Certo, rendersi conto che esistono persone che mettono il ketchup sulla pasta è dura, ma alla fine si impara ad accettare anche quello. Se non con naturalezza, almeno con rassegnazione.

Qualche tempo dopo, sono partita nuovamente, questa volta in direzione Regno Unito. A Londra ho svolto un tirocinio di quattro mesi in una scuola di inglese, dove mi sono ritrovata a collaborare con persone provenienti da ogni parte del globo.

Insomma, ho trascorso quasi un anno della mia vita lontana da pizza-pasta-mandolino.

E, in quasi un anno, le competenze trasversali che ho fatto mie sono tante e preziose: proattività, spirito di adattamento, empatia, problem solving creativo, responsabilizzazione e fiducia in me stessa. Senza dimenticare, naturalmente, quel global mindset di cui vi ho parlato all’inizio di questo articolo.

Quindi, eccovi il mio consiglio: se ne avete la possibilità, partite. Ne tornerete incredibilmente arricchiti.

Scritto da: Elisa Pino

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